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CATALOGNA, IN GIOCO CI SONO LE FONDAMENTA MORALI E IL FUTURO D’EUROPA

novembre 2, 2017

Dalla Catalogna al Veneto: per Venezia, a cosa serve Roma se c’è già Bruxelles? Delle due l’una. Meglio la seconda. La UE deve diventare una federazione di 50 Stati indipendenti

I processi in corso in Spagna contro i rappresentanti istituzionali catalani apre un nuovo capitolo in tema di mancato rispetto dei diritti umani. Premesso infatti che tutte le attività del Parlamento e del Governo Catalano a partire dalla celebrazione del referendum di indipendenza della Catalogna del 1° ottobre (e da tutti i precedenti legislativi che lo hanno reso possibile) per finire alla dichiarazione di indipendenza della Repubblica Catalana del 27 ottobre (e atti successivi e collegati) rientrano esclusivamente nell’ambito delle “dichiarazioni”, o, in altre parole, della “libertà di espressione”, pur anche di organi e rappresentanti istituzionali, il tema di fondo di oggi è: dato che la libertà di parola e di espressione è una libertà fondamentale degli uomini, sancita dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e da molti altri pronunciamenti internazionali unanimente condivisi, insopprimibile da qualsiasi legge o costituzione, o interpretazione delle stesse, perché mai dovrebbero essere condannate delle persone, siano essi cittadini privati, o cittadini che rivestono un ruolo istituzionale a seguito di un processo popolare elettivo di rappresentanza democratica, per il solo fatto di aver dato voce e forma a una dichiarazione, a una libertà di parola e di espressione dei propri concittadini (in occasione del referendum del 1° ottobre, o degli organi direttivi del Parlamento Catalano per aver consentito il voto su una proposta di dichiarazione di indipendenza), o per aver esercitato in prima persona tale diritto umano fondamentale e insopprimibile (i deputati che singolarmente o in forma collettiva hanno votato tale dichiarazione)?

È infatti chiaro ed evidente che a tali dichiarazioni al momento non è seguito alcun atto formale. Non sono ancora stati costituti né sono operativi organi della Repubblica Catalana. Non sono stati costituiti né sono operativi funzionari o apparati amministrativi della Repubblica Catalana. Siamo nel regno delle dichiarazioni, appunto, quindi delle libertà fondamentali dell’uomo.

Quale principio vieta ai rappresentanti istituzionali di godere degli stessi diritti di tutti gli altri uomini? Nessuno. E anche se qualche legge, o qualche articolo costituzionale lo prevedesse, esso sarebbe chiaramente di efficacia nulla, proprio perché andrebbe a scontrarsi con un principio di natura superiore, inviolabile, che rientra appunto nell’ambito dei diritti umani fondamentali.

È mai possibile che in Europa, nell’Unione Europea che è nata proprio sulle ceneri delle violazioni dei diritti umani fondamentali, per assicurare ai cittadini europei pace e rispetto per tali principi violati dal nazi-fascismo, oggi si permetta di calpestare tali diritti inviolabili? Fino al punto anche di violare la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU)?

Se l’Unione Europea consentirà la condanna del Presidente della Catalogna Carles Puigdemont, del Vice Presidente Oriol Junqueras, della Presidente del Parlamento Carme Forcadell e di ogni altro rappresentante o funzionario istituzionale semplicemente per aver permesso di fare o effettuato libere espressioni del pensiero e non per atti, tantomeno per atti violenti, allora è chiaro che si aprirà una nuova pagina per l’Europa che purtroppo si troverebbe a tradire le proprie fondamenta morali e costituzionali, riaprendo la porta alle tragiche esperienze oscurantiste e dittatoriali del passato, che pensavamo di aver sepolto nella storia per sempre.

In Catalogna si gioca anche il futuro dell’Europa. La UE può decidere di ignorare tale evidenza e allora farà la fine che fece l’Unione Sovietica. È solo questione di tempo e di organizzazione.

L’Unione Europea non ha altro futuro se non evolversi in un sistema autenticamente federale, composto di tante regioni indipendenti quante se ne formeranno dagli inevitabili e inarrestabili processi di autodeterminazione. Se il cambiamento non viene dall’alto, giocoforza giungerà dal basso.

Non vi sono nemmeno scuse di difficoltà nella “governance” in un sistema che potrebbe benissimo arrivare ad essere composto di 50 stati, oppure anche di 95, per parafrasare il Presidente della Commissione Europea Juncker. Per avere un esempio di altri sistemi federali che funzionano si guardi alla Svizzera, o agli Stati Uniti d’America. L’UE rappresenta una conquista degli europei che ha permesso un periodo straordinario di pace, stabilità e benessere. Ora deve sapersi evolvere per garantirsi flessibilità, democraticità e resilienza d’insieme di fronte alle sfide imposte dalla globalizzazione, che di fronte all’emergere di un sistema internazionale interdipendente deve saper permettere l’allentamento delle inevitabili tensioni politiche e socio-economiche con nodi più estesi a maggior grado di libertà. Tradotto: 50 stati indipendenti (o anche 95), con maggiore responsabilità fiscale e civica rispetto a quelli attuali, figli delle ideologie dei secoli passati e oramai cadaveri istituzionali parassitari rigonfi di debiti sempre più insostenibili alimentati dal clientelismo e dall’affarismo politico irresponsabile.

Nei prossimi anni sarà sempre più chiaro che l’indipendenza delle Regioni storiche d’Europa si imporrà naturalmente nell’agenda politica dell’Unione Europea, proprio perché essa l’unica evoluzione politica sostenibile che può garantire pace, benessere, sviluppo e stabilità al vecchio continente.

A cominciare dalla Catalogna, ma subito dietro l’angolo c’è il Veneto, che è messo molto peggio come sfruttamento fiscale da parte dell’Italia e che può tra l’altro vantare una storia straordinaria e impareggiabile simboleggiata dalla propria età dell’oro di 1.100 di indipendenza della Repubblica Serenissima. Per Venezia, a cosa serve Roma se c’è già Bruxelles? Delle due l’una. Noi preferiamo senz’altro la seconda.

Andiamo a prenderci ciò che è nostro. Pacificamente, democraticamente, con pazienza e intelligenza, ma anche con la consapevolezza che niente e nessuno potrà fermarci, tantomeno vecchi arnesi costituzionali scritti dalle mani dei morti che mai potranno ingabbiare i vivi.

Gianluca Busato
Presidente – Plebiscito.eu


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