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GANDHI INSEGNA: RESISTENZA FISCALE CONTRO UNA TASSAZIONE ILLEGITTIMA

agosto 6, 2014

gandhiEsiste un diritto di resistenza fiscale?

E’ certo che la pretesa fiscale è fondata su norme giuridiche e pertanto lecita, tuttavia questo non toglie che anche una norma possa nel contempo essere illegittima.

Il Kelsen fa discendere l’obbligatorietà della norma dal suo essere inserita formalmente nell’ordinamento, pur restando soggetta a valutazione di conformità con la c.d. Grundnorm (limiti costituzionali); in poche parole, essa è cogente per il fatto stesso di esistere nell’ordinamento.

La complessità e farraginosità delle norme fiscali talvolta pone seri dubbi sul rispetto delle condizioni formali ovvero sulla corretta procedura d’introduzione nell’ordinamento ma, fatti salvi i casi di nullità, vizi importanti non evitano che la stessa norma sia applicata spesso con grande severità.

Superato il problema della validità giuridica, occorre analizzare il problema della legittimità della norma fiscale.

Se ci si pone la domanda del perché occorre pagare le tasse (non mi addentro qui nella disamina delle differenze tra tasse, imposte, canoni, diritti etc. che lascio ad altri ben più qualificati) la risposta non è spesso così immediata.

Un passato ministro delle finanze disse, con opinione non del tutto condivisa, che pagare le tasse è una cosa bellissima, ma ritengo che portare la questione sul piano estetico sia alquanto ardito.

In primo luogo, l’individuazione dell’obbligo discende dalla paura dell’applicazione delle misure coercitive e sanzionatorie da parte dell’autorità.

Interessante, ma non scioglie il dubbio sulla ragione causale, poiché la reazione abitudinaria od automatica ad una minaccia non legittima l’atto (se no anche il rapinatore avrebbe valido titolo giuridico) poiché nega ogni libertà e volontà (l’atto sarebbe quantomeno annullabile per vizio del volere).

Poiché la pretesa fiscale è esercizio di uno dei principali poteri legati alla sovranità territoriale, nella valutazione di legittimità la stessa pare legata alle sorti della valutazione di legittimità del potere che la esercita.

Posto il parallelismo tra autorità legittima ed imposizione fiscale legittima, entriamo in aspetti delicati ed alquanto dibattuti.

Fino all’epoca della Res Publica Christiana, la legittimità dell’autorità politica era ricondotta a ragioni mistiche quali la discendenza divina od il possesso di virtù eroiche.

Dall’epoca medievale il testo politico fondamentale è individuato nella Epistola di San Paolo ai Romani (13,1-5) “Ognuno stia sottoposto alle autorità che sono al potere; poiché non c’è autorità che non venga da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Chi dunque si schiera contro l’autorità si pone contro l’ordine stabilito da Dio; i ribelli si attireranno sul capo la condanna”.

Il dualismo assegnava alla Chiesa il ruolo di proclamare la legge divina, mentre era responsabilità dei re (e dei governi civili) realizzare i valori temporali (Rex non sub homine, sed su Deo ac Lege) .

Ciò significa che se gli uomini avevano l’obbligo di obbedire al re (ed al governo civile) esisteva un limite alla volontà dei re (e del governo civile) in quanto la stessa doveva conformarsi alla legge naturale. Un individuo od una comunità avevano il diritto di resistere al tiranno, se questo non rispettava la legge naturale.

In questo modo, il cristianesimo occidentale riconosceva l’importanza del consenso della comunità politica e questo rappresenta un aspetto rilevante per lo sviluppo delle dottrine politiche posteriori.

Sull’argomento, per offrire una compiuta dissertazione dal punto di vista cattolico, si rinvia ad un interessante articolo di Antonio Socci (pubblicato sull’omonimo sito) dal titolo “Il cattolicesimo produce evasori nient’affatto ed è anzitutto lo Stato che viola il patto sociale”.

Socci introduce pertanto un concetto, quello del patto sociale, che convenzionalmente è posto a fondamento della struttura dello Stato civile moderno.

Dal mutamento di legittimità teocratica verso un più scientifico concetto di legittimità laica, discendono tre considerazioni: in primo luogo, la fonte dell’autorità politica è concepita dal basso ovvero è basata sulla sovranità popolare; in secondo luogo, la conoscenza si fonda sulla capacità della ragione umana e sull’idea che il singolo è in grado di calcolare razionalmente il proprio interesse e di comportarsi in conseguenza; in terzo luogo, il fine della convivenza sociale è un fine mondano anziché ultraterreno.

In poche parole, la ricerca della felicità terrena degli individui (od il minimo d’infelicità) deve conformare l’azione della pubblica autorità politica (Cesare Beccaria, 1764).

Al posto della Res Publica Christiana, subentra una nuova comunità squisitamente politica, la nazione; essa è fondata su basi culturali, generalmente costruita a partire da una opportuna selezione di eventi e miti riferiti ad una certa popolazione su di un dato territorio (da qui il termine fraternità del motto rivoluzionario francese).

I disillusi pensatori e teorici del nuovo ordinamento, pur peraltro convinti che “una vera democrazia non è mai esistita né mai esisterà” (Rousseau 1762) dettano le condizioni necessarie perché la stessa si realizzi: piccole dimensioni, grande semplicità di costumi, eguaglianza di condizioni, poco o niente lusso.

Non è forse un caso che le più riuscite forme di democrazia siano state realizzate in Paesi dove forte era l’influenza religiosa del calvinismo (Svizzera).

Suggerimenti non certo dimenticati, preso atto che gli accordi internazionali tra Stati (vedi Trattato sull’autodeterminazione delle autonomie locali, Strasbourg 1985) impongono un sempre maggior decentramento delle autonomie impositive ed amministrative dagli apparati centrali a quelli periferici (anche se il governo italiano negli ultimi anni pare non tenere conto affatto degli accordi sottoscritti, esecutivi dal 1 Settembre 1990).

Schumpeter (1942) forte della lezione weberiana, riduce il concetto di democrazia a semplice metodo di governo “il potere democratico è lo strumento istituzionale per giungere a decisioni politiche, in base al quale singoli individui ottengono il potere di decidere attraverso una competizione che ha per oggetto il voto popolare”.

Per Schumpeter la democrazia in quanto ordinamento statale è un sistema di governo di elitè formato in regime di libera concorrenza; di fatto è un regime oligarchico legittimato dal suffragio universale (Dahl, 1971, la chiama poliarchia; Green, 1985, la chiama pseudodemocrazia).

Senza il voto popolare non vi è pertanto legittimazione democratica.

L’idea cristiana di controllo comunitario si trasforma nelle democrazie moderne nel concetto liberale di costituzione con potere limitato; il contratto sociale impone che il potere sia conferito per periodi limitati ed in seguito ad elezioni popolari (Rawls 1971) come pure sia garantita la difesa minuziosa di una serie di diritti civili e naturali dell’uomo.

Ciò premesso, invito chi legge a farsi una opinione critica sui progetti di revisione costituzionale  oggi in discussione, i quali prevedono forme di rappresentanza parlamentare “nominata” o di “secondo grado” , quindi non attraverso il suffragio popolare.

Il Meneghelli si esprime in termini molto critici sul “mito” della sovranità popolare, riconducendo la legittimazione dell’autorità ad una mera conseguenza di fatto stemperata da ragioni di opportunità; ci si sottomette più per abitudine che per volontà cosciente.

Non potendo fare al meno del potere, lo si legittima per necessità, ritenendo che questo serva a garantire la sicurezza del futuro.

Questo è il medesimo impulso che porta gli individui a procurarsi i beni di cui hanno quotidianamente bisogno ed anche quelli di cui ritengono necessiteranno un domani (Meneghelli considera la proprietà un’assicurazione sul futuro) nonché a legittimare un potere che dia garanzie in merito al mantenimento della sicurezza, in primis economica.

Una cruda analisi imporrebbe che il potere pubblico, il quale voglia mantenere la propria legittimazione nel tempo, debba rivolgere la propria attenzione alla sicurezza anche economica dei suoi sottoposti.

La violazione del patto corrisponde pertanto a porsi al di fuori della legittimità.

Ciò premesso, si fatica a comprendere come mai proprio la materia fiscale sia stata espressamente esclusa nella Costituzione italiana dalla consultazione popolare referendaria; per meglio dire, se ne comprendono le ragioni tattiche, ma non si trova fondamento teorico e giuridico alla previsione.

A meno che non si voglia intendere l’elettore come un minus habens, cosa che farebbe girare nella tomba più di qualche pensatore (Rousseau) e non solo loro.

Che il sistema fiscale italiano abbia raggiunto limiti vessatori per imposizione (68,5 percento riconosciuta dai dati ufficiali) e modalità della pretesa, esercitata con vero sadismo e con modalità repressive anche a mezzo della forza militare (Guardia di Finanza) non credo possa negarsi da chi è in buona fede.

In particolare, l’esorbitante accanimento verso la proprietà di beni essenziali (come la casa) per la serenità dell’individuo ed il suo senso di fiducia nel futuro, oltre che del tutto illogico ed irresponsabile, solleva consistenti dubbi di legittimità per aperta lesione dei diritti fondamentali dell’uomo.

Infatti, anche nei regimi improntati al socialismo reale si trova giustificazione alla sottrazione dei beni principali e nella limitazione dei diritti individuali nella supposta necessità di garantire a tutti condizioni ottimali di servizio ed assistenza.

In poche parole, potrebbe accettarsi una funzione espropriativa della proprietà solo nel caso che il potere pubblico si faccia completo carico di tutti i bisogni essenziali dell’individuo.

Ciò premesso, non pare a me sostenibile che il livello oggi garantito di servizi dalla stato italiano giustifichi una così alta imposizione.

Concludendo, ritengo che esista un diritto di resistenza all’imposizione fiscale, giuridicamente lecita ancorché illegittima, che tuttavia viaggia parallelo al diritto di resistenza civile, con metodi pacifici e democratici, avverso l’autorità che si sia posta oltre i confini di legittimità conferiti dal mandato popolare.

Da ultimo, si rammenta un precedente storico ovvero la “marcia del sale”, compiuta dal Mahatma Gandhi tra il 12 Marzo ed il 5 Aprile 1930 per protesta contro la tassa sul sale imposta dal monopolio britannico.

 Avv. Franco Correzzola


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  • Perfetta analisi con dati incontrovertibili.
    La sostanza delle cose (tasse) in italia è quella che ormai siamo arrivati ad un punto di non ritorno.
    Infatti la spesa pubblica e relativi sprechi è arrivata ad un punto tale che è impossibile diminuire la stessa se non a scapito dei cittadini e delle loro proprietà. Questo è il modo di pensare dei politici attuali, i quali non vedono di buon occhio la spending revew né il violare gli interessi delle varie caste oggi esistenti in italia. Dunque siamo arrivati in un vicolo cieco.
    No, dico io, non siamo in un vicolo cieco, ma manca semplicemente il coraggio e la volontà politica di mettere mano con forza dentro la spesa pubblica in modo da recuperare risorse da destinare all’abbassamento delle tasse generali, del cuneo fiscale sui lavoratori ed imprese e con l’eliminazione totale di tutti i balzelli impossibili ed immaginabili, quali canone tv, bollo auto,bolli,passaggio di proprietà delle auto,etc…etc…etc..,scusate dimenticavo ancora etc…etc….etc…
    Il RENZI, stà facendo di tutto pur di non affrontare i veri nodi della questione economica e del lavoro. Dunque come pensare a venirne fuori con questi signori imbalsamati sulle questioni che riguardano gli italiani ma svegli ed attivi sulle questioni che li riguardano direttamente !?!?
    Siamo alle solite da decenni e nulla stà cambiando se non sulla carta.
    Dalla carta alla realtà quotidiana c’è il mare e loro non la conoscono veramente la realtà quotidiana degli italiani, figuriamoci di noi Veneti che siamo visti solo come mucche da mungere e basta.
    Se è così e non credo che qualcuno mi possa smentire se non arrampicandosi sugli specchi, è giusto, è morale, è etico, è sacrosanto opporsi a cotanta voracità del fisco italiano, creato e voluto dai politici in decenni di mal governi credendo che la festa non sarebbe mai finita per loro.
    La campana dell’ultimo giro è suonata e non serve che loro facciano i sordi.
    Se quest’anno finirà male con maggior disoccupazione, pil in negativo almeno dello 0,7-8% ,maggior debito pubblico,migliaia di aziende chiuse o trasferite all’estero, e lo spred che monterà come la panna montata…allora vorrà dire che tutto questo è voluto.
    Si, voluto solo per far fuori i risparmi degli italiani e di noi Veneti con loro, solo per salvare loro stessi e le loro porcherie.
    Sappiano che non c’è più tempo.
    Da adesso in avanti ci sarà sempre più gente, specie Veneti, che non daranno più i loro soldi a questo stato usurpatore della nostra libertà e dei nostri onesti guadagni e che le nostre case ed i nostri risparmi non dovranno più essere i loro traguardi, ma le loro disgrazie.
    Se io avessi potuto pagare tasse più umane e giuste, oggi sarei ricco sfondato.
    Ma, se fossi stato ricco, avrei avuto la forza di oppormi a qualsiasi ingiustizia o calamità, invece ho dato una montagna di soldi a questo stato per avere di ritorno quasi nulla in proporzione ed inoltre mi ha messo in condizione di non potermi opporre con avvocati di grido a diverse questioni che nella mia vita ho dovuto affrontare con mezzi non idenei per lottare contro un stato che tende più a sopraffare che a tutelare i propri cittadini.
    Una informazione ai naviganti. A fronte di versamenti di euro 33.000 in pochissimi anni di lavoro come consulente..quindi co.co.pro. la pensione che mi viene elargita….è di euro 100,00 mensili….a questi bisogna togliere le tasse che i pensionati pagano. In Germania le tasse quasi non esistono sui pensionati. Persino qui come vedete, lo stato pretende tutto e dà poco o gnente.
    RIFIUTATEVI DI PAGARE SE SIETE INDIFFICOLTA’.
    RIFIUTATEVI DI PAGARE LE TASSE SE LO STATO VI DEVE DA ANNI DEI SOLDI E CHE NON PAGA.
    RIFIUTATEVI DI PAGARE IL CANONE TV, VISTO CHE NON E’ PIU’ UN SERVIZIO PUBBLICO MA UNA CLOACA DI TRASMISSIONI DI PARTE E PUBBLICITA’ A GOGO.
    FATE COME GHANDI……
    NOI VENETI FASEMO MUSO DURO E BARETA FRACA’ !!!!
    WSM

    giancarlo 6 agosto 2014 16:01
  • Bravo Giancarlo, condivido tutto e de più. Demose tutti ‘na mossa par vegnerghene fora “COL VENETO LIBERO E INDIPENDENTE”
    da sta italia FISCALMENTE ASSASSINA.
    Gianfranco.

    gianfranco 7 agosto 2014 9:31
  • Aderite come noi alle liste di esenzione fiscale predisposte ( con fatica e impegno di tanti ) da Plebiscito.eu.
    I moduli li trovate negli uffici della Repubblica Veneta ( l’elenco è visibile in questo sito ). Oppure sono scaricabili e compilabili a mezzo web.
    Migliaia e migliaia di imprese e cittadini hanno già aderito, MANCHI SOLAMENTE TU !

    http://www.quickmeme.com/img/93/933e270ee3647e24975c365c91bf22539a9b952b63ce7b39e4cf1451792b8b5f.jpg

    Crisvi 7 agosto 2014 10:04
  • Scuseme, l’era un toco che volevo domandarvelo…ma cosa sea sta storia de “la resistenza fiscale”?
    Che senso alo, perdoneme, utlisar i metodi che l’aguzin te lassa par cercar de farghe dispeto senza portar le conseguenze. In Veneto, na volta, ghe n’era un deto…” l’è come tajarse i cojoni par far un dispeto a la moglie”. Se sen capidi, no ?
    Se mi uso un sistema lecito, par esempio el pagamento in seconda o terza istanza de una tassa, 1. questo no à nesuna rilevanza mediatica; 2. lo stato italiano, che sa far ben i so conti, no ghe rimete niente (parchè te buta su interesi, parchè se ghe manca schei nel fratempo el pol aumentar le tase, parchè l’e na cosa largamente prevedibile e programabile); 3. ogni singolo l’è da solo de fronte al fisco italiano e l’è proprio quel che la lege vol parchè, co la so calma, dopo 3,4,5 ani riva le conseguenze comunque e i se c..i de chi che no à pagà.
    La vera resistenza fiscale, secondo mi, l’è l’unione e el movimento de masa anca se ghe ne conseguenze.
    Par esempio un grupo dise, noi basta, tase no ghen paghen più a l’italia, deciden noi quanto e dove meterlo a favor dei altri del grupo. Quando che riva l’ingiunzion no se paga lo steso e quando che riva el sequestro se resiste tuttii assieme, anca fisicamente (se pol anca far na roba par far confusion, par esempio risponder a l’ingiunzion co na denuncia – ognuno contro tutti i altri – disendo che i ne à minacià de morte se se paga), ma la sostanza l’è che quando i vien par butarme fora de casa mea quei che vien i à da ciaparle da tuto el paese. Questa l’è resistenza fiscale !

    pippo 20 agosto 2014 2:23

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