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I DESAPARECEDISOS DEL JOBS ACT

dicembre 11, 2015

Alcune considerazioni sull’occupazione

renziLe disposizioni in merito al contratto di lavoro a tutele crescenti contenute nel Decreto Legislativo 23/2015 e facenti  parte del complesso di norme di riforma del mercato del lavoro, comunemente chiamato Jobs Act, nelle intenzioni del governo italiano sono state approntate per favorire le assunzioni a tempo indeterminato.

Vediamone gli effetti dopo 8 mesi di applicazione. Il provvedimento entra in vigore il 7 marzo 2015. I dati Istat, (http://www.istat.it/it/archivio/175137 vedi serie storiche) con riguardo agli occupati a tempo indeterminato relativi a quel mese, ci forniscono questa cifra,: 14.549.735 unità.

Ad ottobre 2015, ultimi dati disponibili, stessa fonte, quel numero scende a 14.527.094: ben 22.641 occupati a tempo indeterminato in meno.

Relativamente al lavoro dipendente a tempo determinato, i numeri sono i seguenti: marzo 2015: 2.295.854 unità; ottobre 2015: 2.486.037 unità, cioè 190.183 in più.

Diminuiscono i lavoratori a tempo indeterminato, aumentano quelli a termine.

Il governo si è ben guardato dal riconoscere questo clamoroso fallimento e ha spostato l’attenzione su un altro dato, il tasso di disoccupazione, sceso all’11,5%, e celebrato come  il dato più basso da tre anni a questa parte. Ma il governo ha davvero motivo di festeggiare?

Per rispondere, proseguiamo nella nostra brevissima analisi. Abbiamo preso in considerazione i dati relativi al lavoro subordinato, sia a termine che a tempo indeterminato. Mancano ancora, come li definisce l’ISTAT, i  “lavoratori indipendenti”, o autonomi. A marzo 2015 erano 5.487.511 e ad ottobre 5.430.084 cioè 57.427 in meno.

Il totale delle persone occupate risulta dunque essere:

  • marzo 2015:    14.549.735+2.295.854+5.487.511=22.333.100
  • ottobre 2015:  14.527.094+2.486.037+5.430.084=22.443.215

E i disoccupati?

  • marzo 2015:    3.152.861
  • ottobre 2015:  2.927.043

Nel periodo considerato l’occupazione complessiva è salita di 110.115 unità, i disoccupati invece sono diminuiti di ben 225.818 unità. Il tasso di disoccupazione, che si calcola così:

disoccupati/(occupati+disoccupati)%

passa da marzo ad ottobre  dal 12,4% all’11,5%.

Tutto bene allora? Forse no. Per cominciare: dove sono finiti quei 115.000 disoccupati che non hanno trovato impiego e pur tuttavia son spariti dalla contabilità? Beh, è ragionevole pensare che siano andati ad ingrossare le fila di quelli che vengono chiamati “inattivi”, persone in fascia d’età lavorativa 15-64 anni, che addirittura non cercano più il lavoro. Ma quest’informazione, il tasso di disoccupazione, mica ce la fornisce. E non è cosa da poco, perché i “desaparecidos” (115.703) superano addirittura i nuovi occupati (110.115).

Sarebbe tempo che, sia il governo, sia gli organi di informazione, quando trattano di lavoro, prendessero in considerazione e ragionassero su un numerino molto più significativo: il tasso di occupazione, il quale misura il rapporto tra gli occupati e la popolazione potenzialmente attiva, costituita da occupati, disoccupati e inattivi in età lavorativa (tra i 15 e i 64 anni per l’Istat e 20-64 anni per Eurostat):

occupati/(occupati+disoccupati+inattivi)%

Questo tasso, e non quello di disoccupazione, viene preso in considerazione quando si parla di lavoro in Europa. Tant’è che l’Unione Europea, con il piano strategico Europa 2020 http://ec.europa.eu/europe2020/europe-2020-in-a-nutshell/index_it.htm , ha fissato cinque ambiziosi obiettivi in materia di occupazione, innovazione, clima/energia, istruzione e integrazione sociale, da raggiungere entro il 2020. E, con riguardo al lavoro, il target da raggiungere, guarda caso, è proprio il tasso di occupazione che è stato fissato al 75%.  Perché è interessante questo numero? Perché ci rivela qual è la percentuale di persone che lavorano sul totale di persone che possono lavorare. Attualmente il tasso di occupazione medio europeo (28 paesi) si attesta al 68% circa.

E qual è il tasso di occupazione in Italia? Ad ottobre 2015 era il  56,3%.

A questo punto vediamo di approfondire un po’ chiedendoci: quante sono le persone che possono lavorare in Italia? Con un semplice calcolo, dati gli occupati e dato il tasso, calcoliamo che la popolazione attiva è costituita da  39.863.615 individui.

Solo 22.443.215 però lavorano effettivamente mentre altri 2.927.043 sono alla ricerca di lavoro.

Il dato sconcertante, dunque, è che ben 14.493.357 italiani un’occupazione non ce l’hanno, non la cercano e vengono accuratamente ignorati dalle statistiche e dall’informazione/propaganda governativa.

Proseguiamo nella nostra analisi e chiediamoci:

  1. l’obiettivo europeo di un tasso di occupazione del 75% è ragionevole?
  2. se sì, quanto manca all’Italia per raggiungerlo?
  3. il tasso di disoccupazione all’11,5% è significativo?
  1. la risposta al primo quesito è: sicuramente sì. Anzi, quel tasso è già superato da 5 Paesi europei: Svezia, Germania, Paesi Bassi, Danimarca e Austria mentre altri 5, tra cui il Regno Unito, ci sono vicinissimi. D’altro canto è perfettamente normale che una persona decida di lavorare qualora sia possibile e conveniente farlo. Anche in Italia, che pur si colloca al quartultimo posto in Europa.  L’Alto Adige ad esempio, ( http://dati.istat.it/Index.aspx?DataSetCode=DCCV_TAXOCCU ) con un 70,7%  complessivo è sicuramente sulla buona strada. Il Veneto invece, occupa sì il 73,4% della popolazione maschile attiva, ma solo il 54,7% di quella femminile. La media complessiva si abbassa perciò al 64,1 % evidenziando problemi di accesso al lavoro per le donne non banali; caratteristica tra l’altro che contraddistingue l’intera penisola.
  1. La riposta è facile. Innanzitutto troviamo quale dovrebbe essere il numero di occupati data la popolazione attiva, 39.863.615, ed il tasso di occupazione al 75%:

39.863.615 x 75% =  29.897.710

Poi sottraiamo da questo numero gli occupati effettivi ad ottobre 2015:

29.897.710 – 22.443.215 =  7.454.495

Questi sono gli occupati che mancano all’appello per raggiungere l’obiettivo del 75%. Questo numero ci rivela anche che, oltre ai 2.927.043 disoccupati attuali noti, vi sono ben 4.527.452 persone fuori da ogni evidenza statistica che potrebbero e dovrebbero lavorare se vi fossero le condizioni ambientali per poterlo fare e che invece non sono nemmeno alla ricerca di lavoro. Ci rendiamo conto di quale potenziale umano si sta sprecando in questo paese?

  1. Al teerzo quesito la risposta è no, soprattutto alla luce dei ragionamenti condotti finora. Utilizziamo il dato appena trovato, 7.454.495, per indicare i disoccupati e ricalcoliamo il tasso di disoccupazione:

tasso disocc.:  7.454.495 / (22.443.215 + 7.454.495)% =  24,93%

Ecco un tasso di disoccupazione più veritiero e significativo. Come si vede, il sistema Italia ha distanze siderali da percorrere; altro che 11,5% con annessi brindisi e festeggiamenti.

Lascio al lettore un’altra interessante analisi: quella relativa all’occupazione per classi d’età (Tab. 5 delle serie storiche ISTAT). Anticipo solo che i dati sono deprimenti e confermano che per i giovani, ma anche per coloro che, un po’ più maturi, si trovano nella fascia d’età in cui normalmente si mette su famiglia, non c’è scampo.

Infatti, la tendenza generale all’incertezza del lavoro, quando si trova o si vuole creare, colpisce pesantemente proprio loro. Inoltre, mediamente, godono di redditi più bassi, hanno difficoltà ad accedere al credito (es. mutuo per acquisto abitazione o finanziamenti per nuove imprese), andranno in pensione più tardi e con importi risibili rispetto alle generazioni che li hanno preceduti.

Un quadro occupazionale desolante, insomma, che sommato all’abnorme debito pubblico, all’abbandono di ogni forma, anche blanda, di spending review, alla pressione fiscale folle, all’insostenibilità del sistema pensionistico (che peggiora ulteriormente rispetto al 2014: vedi http://www.globalpensionindex.com/ indice del 2015), alla malagiustizia, al peggioramento palpabile dell’educazione e della formazione, sta avviando rapidamente il paese dov’è giusto e tempo che vada. In malora.

Gianfranco Favaro
Delegazione dei Dieci della Repubblica Veneta


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