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ITALIA AL CROCEVIA TRA REGIME AUTOCRATICO E LA RESPONSABILIZZAZIONE ECONOMICA INNESCATA DALL’INDIPENDENZA DEL VENETO

novembre 21, 2016

La scarsa crescita della produttività italiana rivela la presenza di gravi e sostanziali fattori di sottosviluppo che non lasciano più spazio a ipotesi di riforme utopistiche o parziali, si avvicina sempre più il tempo delle scelte drastiche


cdsAlesina e Giavazzi oggi analizzano la scarsa produttività oraria delle aziende italiane, che nell’ultimo ventennio con una crescita del 5% è la più bassa tra i Paesi più sviluppati in tutto l’occidente, addirittura 8 volte inferiore rispetto al 40% di crescita negli Stati Uniti che pure considerano il dato esemplificativo di una “stagnazione secolare”.

Le cause principali secondo gli autorevoli economisti sono da rilevarsi in particolare: nella piccola dimensione delle aziende italiane, nell’eccessiva quota di proprietà familiare delle imprese unita alla scarsa presenza di management esterno alle famiglie, uno scarso ricambio dovuto alla non uscita dal mercato delle aziende meno competitive troppo protette dallo stato e un eccessivo affidamento a pratiche di clientelismo e protezionismo da parte del settore pubblico, allo scarso tasso di innovazione e di adozione di tecnologie informatiche, alla minore scolarizzazione del capitale umano delle aziende, in particolare nei settori tecnici e scientifici.

Condividiamo in pieno tale analisi e consideriamo deleteria l’influenza in generale del settore pubblico nell’economia e nella vita delle imprese, aiutata dalle associazioni di categoria che giocano un pessimo ruolo nel chiedere spesso “aiuti” di stato alle aziende e tassi di protezione dalla concorrenza, in particolare in ambito internazionale.

Il Veneto non sfugge a tale fenomeno, anzi lo incarna alla perfezione ripercorrendo perfettamente le principali ragioni che hanno condannato l’Italia a un degrado economico ormai più che ventennale.

Ad esempio, in Veneto solo il 2,7% della forza lavoro attiva è impiegata in settori ad alta tecnologia e si investe solo l’1,1% del pil in ricerca e sviluppo, mentre i brevetti ad alta tecnologia registrati all’EPO (Ufficio Europeo Brevetti) sono solo 3,9 ogni milione di abitanti (dati Eurostat).

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Sono questi i veri fenomeni che oggi spiegano più in generale la crisi economica italiana, ulteriormente aggravato da un sistema finanziario eccessivamente, se non esclusivamente dipendente dal sistema bancario, con le uniche eccezioni del capitalismo di famiglia che ha creato più danni e storture che non benefici, in primis nel privilegiare una cultura provinciale che favorisce il clientelismo il solo capitalismo relazionale dei salotti buoni ormai sempre più di residuale importanza nel mondo globale.

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Il risultato è che se si vanno a mappare in Europa le nuove aziende innovative che hanno ricevuto apporti di finanziamento da capitali di rischio privati, si vede un desolante buco proprio nella penisola italica che sta imboccando a grande velocità la strada di ingresso nel mondo del sottosviluppo proprio quando i Paesi più evoluti stanno invece accelerando la propria capacità competitiva nel panorama globale sempre più interconnesso.

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Il tempo per le riforme auspicate da Alesina e Giavazzi a nostro avviso si è concluso da un po’ e oramai resta lo spazio solo per un paio di alternative con sempre minori toni di grigio:

  1. Una improbabile capacità e volontà politica di eliminare il fardello finanziario costituito dal debito pubblico e dalla contemporanea scarsa competitività del settore privato, che culmini in politiche shock quali ad esempio il licenziamento di un milione di dipendenti pubblici, smagrendo il peso dello stato e contemporaneamente la drastica riduzione della pressione fiscale sulle imprese (oltre ad altri interventi nel mercato del lavoro, nelle politiche di incentivazione dell’innovazione e nell’adeguamento del sistema finanziario, creditizio e previdenziale).
  2. La responsabilizzazione finanziaria territoriale, con l’eliminazione dei fenomeni di clientelismo e parassitismo a cominciare dalle aree con maggiore possibilità di intervento, quali sono le regioni con residuo fiscale attivo (Veneto e Lombardia in primis). Ciò richiede una maggiore capacità decisionale sulle politiche sia di indirizzo sia di pianificazione dei territori che va in direzione opposta alla prima alternativa e che in pratica è raggiungibile solo con trattative dirette sulla ripartizione del debito pubblico tra regioni e stato che seguano processi di autodeterminazione e indipendenza territoriale, gli unici percorsi possibili che possano prescindere da blocchi costituzionali interni.

La prima alternativa richiede la contemporanea presenza di una presunta classe dirigente che sia preparata e pronta allo scopo e che possa godere di mano libera politica per attuare una riforma da lacrime e sangue. Si tratta di un percorso che chiamerei di tipo “cileno” (con riferimento a Pinochet), con una forma autocratica di potere che attraverso un rigido controllo poliziesco dei gruppi di opposizione politica e sociale sia nel parlamento sia nel territorio, consenta a un ipotetico governo di “illuminati” di apportare le necessarie “riforme”. Credo che onestamente sia poco probabile sotto ogni punto di vista: l’inesistenza di una classe dirigente preparata allo scopo che si presti a un’operazione tanto estrema, l’incapacità strutturale da parte dello stato di involversi in una forma tremendamente antidemocratica, la mancanza generale in qualsiasi ambito della volontà politica di portare avanti un programma drastico di tale portata.

La seconda alternativa non è certamente una semplice discesa, in quanto richiede l’emancipazione politica delle aree economicamente più avanzate del Paese, che d’altro canto vedono sempre più ridursi lo spazio temporale nel quale possono ambire a restare parte della sfera economico-produttiva più evoluta in Europa e nel mondo e che nel contempo sono ormai intaccate a loro volta nell’avanzare del degrado, una sorta di mele ormai con sempre più macchie nere nella cassetta italiana di mele marce. Nel contempo restano altrettanto ambiziosa la sfida della creazione di una classe dirigente locale adeguata e preparata, in grado di assumersi le responsabilità che derivano dal portare a compimento un progetto di libertà che non può prescindere da conoscenza e consapevolezza della complessità del sistema globale interconnesso nel quale i territori emancipati dovranno saper recitare un ruolo da protagonisti. Il Veneto è senz’altro la regione più avanti in tale prospettiva, se saprà affrancarsi da lega e isolazionisti e dare forma a una propria classe dirigente indipendentista europea.

Gianluca Busato
Presidente – Plebiscito.eu


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  • a fronte di questo quadro nero ci tira su il morale la notizia che due giorni fa leggevo su un giornale: rilevava come su dieci macchine in circolazione oggi sulle strade otto hanno sistemi di chiavi e sicurezza che escono da una fabbrica di un’area industriale qui nel vittoriese… beh! allora le capacità ci sono e i veneti, se abbandonano la pletora romanocentrica inconcludente e costosissima, sanno ancora competere nel mondo e posizionarsi ai primi posti nelle classifiche!
    Forza, amici, che quasi ci siamo…

    caterina 22 novembre 2016 11:18
  • Ciao a tutti
    leggo che la digos stà attaccando il C.L.N. Veneto
    la strada è quella giusta. Forza e non mollare

    Duri 30 novembre 2016 10:43
  • Ciao a tutti
    leggo che la digos in queste ore ha colpito il C.L.N.Veneto.
    la strada è quella giusta
    NON MOLLARE

    Duri 30 novembre 2016 10:47

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