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VENETKENS

luglio 16, 2018

L’Italia in origine era abitata da genti diverse, la cui provenienza è ancora oscura, da uomini che sapevano coltivare i campi, allevare il bestiame, lavorare il legno, la pietra e i metalli, che sapevano costruire le loro case, anche con costruzioni a secco, la cui tecnica è usata ancora oggi, sapevano costruire gli strumenti per la caccia e per la pesca, armi, utensili, monili. Genti ricche di una cultura spesso raffinata.

Sono i popoli mediterranei, in particolare: i Siculi, originari della Sicilia, i Lucani, popolo locale della Basilicata, gli Apuli, abitatori misteriosi della Puglia, gli Ausoni della Campania, i Sardi della Sardegna; l’Abruzzo era abitato dai Sanniti, la Toscana dagli Etruschi, la Liguria e le regioni alpine occidentali dai Liguri, il Veneto e il Trentino-Alto Adige dai Reti, i Camuni erano stanziati nell’alta val Camonica.

Ognuna di queste etnie era formata da una popolazione che, abitando da molto tempo in un determinato territorio, ha sviluppato e conservato tradizioni proprie, una propria cultura e una propria lingua particolare, la cosiddetta lingua materna che si è tramandata di famiglia in famiglia e che è rimasta alla base di molti dialetti contemporanei locali, costituendo il substrato dei principali idiomi dialettali italiani.

Ma anche i popoli mediterranei hanno subito i grandi spostamenti di popoli, le grandi migrazioni del 2500 a. C. in poi e spesso sono stati sopraffatti. Alcuni non scomparvero immediatamente, ma furono assimilati dai popoli venuti dopo.

E si spostarono i Semiti, i Camiti, gli Indoeuropei.

Questi ultimi, dalle loro terre di origine dell’Europa centrale e orientale, si sparsero un po’ in tutte le direzioni; in successive ondate si stabilirono su spazi immensi rivoluzionando il mondo abitato di allora.

Un’ondata di Indoeuropei oltrepassò i fiumi Danubio e Reno e si diresse verso l’Europa occidentale e meridionale conquistando i grandi territori di questo continente che, tra il 2000 e il 1000 a. C., dovette subire, per l’avanzamento di questa popolazione, un profondo cambiamento nell’assetto territoriale mescolando non solo i caratteri fisici, ma anche molti elementi di civiltà.

Secondo Francesco Sabatini, nel 1400 a. C. circa, si mossero verso l’Italia i Veneti, i Latini, gli Osco-Umbri, gli Illiri, e, più tardi, i Celti, tutti tribù di origine indoeuropea, sconvolgendo anche la vita dei popoli di cultura indigena mediterranea.

I Veneti, in particolare, si insediarono negli amplissimi territori, sede dei Reti, che probabilmente vennero assoggettati e assimilati nella loro gens, estendendo il loro dominio nell’Italia nordorientale

Infatti occuparono il litorale dell’alto Adriatico, da Aquileia alla foce del Po, dal Mincio, dal Garda, dall’Adige fino alle Alpi, a tutta la Padania per parecchi secoli portando con la loro avanzata civiltà anche la lingua: il Venetico.

Scrive Romano Toppan (₁) nel suo saggio “Veneto, terra di ospitalità e di accoglienza”: “… il popolo dei Veneti, la cultura che da loro prende il nome il territorio che è sostanzialmente lo stesso ancora oggi, hanno avuto il privilegio di una continuità sostanzialmente ininterrotta, con una impronta identitaria molto forte…. La forma di civiltà dei Veneti più significativa è segnata da sempre dai valori del lavoro, dalla presenza delle acque, da un approccio pacifico e di trading off con popoli limitrofi: la loro cultura materiale è elevata ed ha due forme di produzione artistica e artigianale il tratto più diffuso, ossia la ceramica e la lavorazione del bronzo. Ma in quest’ultima forma di lavorazione dei metalli, a differenza di altri popoli, la produzione è più legata alle situle che alle armi.” (₁)

I Veneti antichi si rivelano anche nelle manifestazioni lavorative come un popolo pacifico e non guerriero. Si sono, in verità, dovuti difendere dai Galli Cenomani affiancati nella parte occidentale, e dai Galli Carni, dagli Istriani e dagli Illiri in quella orientale, tuttavia, anche in occasione delle guerre puniche romane hanno saputo mantenere, anche per la non facile convivenza con i vicini Galli, alleati con Cartagine, la loro indipendenza, la loro autonomia politica, la loro neutralità, la loro pace.

Tuttavia alla fine del III secolo a. C., quando molti territori a sud di Ariminum, ormai colonia romana, erano già romanizzati, i Latini, precedentemente stanziati sulle coste del Tirreno, dal Lazio in giù, si affacciarono sulla pianura padana, un territorio ricco di acque e con terre ormai rese fertili e favorevoli dal lavoro secolare dei Veneti e quindi con possibilità di vita più alettanti rispetto ai territori delle aree centro-meridionali.

Questa disponibilità di amplissimi territori diventò motivo vero e proprio di sfruttamento coloniale. Infatti, già in seguito all’incursione di Annibale nelle guerre puniche tra Romani e Cartaginesi, molti Italici migrarono verso l’Italia padana, in cerca di nuove terre, determinando una capillare, anche se pacifica, occupazione del territorio. Occupazione incentivata anche da Roma che vedeva nella Venetia una nuova frontiera economica con la possibilità di nuovi mercati e una successiva espansione del territorio romano.

(La Carta dei Popoli: F. Sabatini, La lingua e il nostro mondo, Loescher, Torino, 1980)

E quando nel 186 a. C. 12000 (dodicimila!) Galli transalpini, spinti dal sovrappopolamento e dalla miseria, si trasferirono nella Venetia orientale, il senato romano intervenne in aiuto dei Veneti inviando una legione romana che intimò loro lo sgombero. (₂)

Fu in questo periodo che venne fondata dai Romani, sul Natisone, a difesa dei Veneti, la colonia latina di Aquileia. E qualche anno più tardi, in seguito all’immigrazione nella Venetia di 3000 Galli transalpini, che promettevano sottomissione a Roma, il senato romano mandò in questa località, ormai sotto il dominio romano, 1500 famiglie di soldati coloni per rinforzarla.

Una forma di protezione quella dell’esercito romano contro le tribù carniche, istiane e illiriche e contro i Galli, ma anche occasione di un vasto processo di romanizzazzione che in un secolo ha trasformato la società, la politica, l’economia, la cultura veneta. L’esercito, quello dei Latini, era un fattore efficace di romanizzazione e di diffusione della civitas.

Roma Infatti stava ormai esercitando sulla Venetia un protettorato abbastanza rigido imposto da una autorità politico-militare che voleva estendere il suo dominio in questa regione.

Per questo motivo si impegna a sviluppare anche il sistema viario facendo costruire, ancora nel II sec. a. C. numerose strade che si riallacciavano in territorio veneto alla colonia di Aquileia, ormai presidio romano: la via Annia (Bologna – Este – Padova – Altino – Aquileia, attraversando la zona tra il Sile, il Piave, la Livenza e il Tagliamento), la Postumia (Genova – Cremona – Verona – Vicenza – Oderzo – Aquileia), la Popilia (Rimini – Adria – Padova – Aquileia) e altre strade, tutte intese a sviluppare il territorio in vista di una futura, abbastanza prossima, colonizzazione.

La costruzione di strade presupponeva però imposizioni, espropri, mutazione di confini, manutenzione delle strade affidate ai militari con la presenza costante ed estranea dell’esercito lungo la fascia orientale del territorio. Interventi ai quali gli abitanti indigeni non fanno certo buon viso.

Infatti non tutti i Veneti tollerano la presenza ormai quotidiana di Roma nel loro territorio; presenza determinata dalla necessità di controllare strade di importanza militare e strategica. Non tollerano soprattutto l’ingerenza sempre più autoritaria di uno stato un tempo amico e socio.

Il protettorato romano sulla Venetia non fu davvero senza traumi per la popolazione veneta dotata di un grande senso della propria dignità, fortemente gelosa delle proprie tradizioni, delle proprie abitudini, del proprio patrimonio culturale e fortemente legata ad una autonomia difesa per più di un millennio, ad una terra celebrata da Polibio nel II sec. a. C. come la più ricca e florida d’Europa, ad una lingua, la lingua materna, la lingua della loro etnia parlata per secoli, ma anche scritta.

E prima ancora che i più grandi centri urbani della Venetia diventassero municipi romani, che voleva dire che la comunità cittadina veniva privata della sua autorità per essere ammessa a Roma, senza tuttavia il godimento dei diritti politici, si erano create nuove entità cittadine con moduli di vita imposti dall’estero, come l’uso della lingua latina.

La creazione dei municipi segna per i Veneti il tramonto di libertà e di autonomia. Padova, per esempio, sorta per opera dei Venetkens nel IV secolo prima di Cristo, perde la sua amministrazione autonoma diventando municipio nel 49 a. C.; Vicenza e Treviso sono municipi nello stesso anno; Oderzo, la venetica Opterg, “città del mercato”, è già colonia romana nell’88 a. C.

E così gli antichi Veneti un po’ alla volta vengono definitivamente assoggettati ai Romani sotto il cui dominio rimasero per quasi cinque secoli.

Successivamente la Venetia verrà sconvolta, saccheggiata anche dalle invasioni di vari popoli barbari e non che hanno sì distrutto molti centri importanti, come Aquileia e Oderzo, ma che non hanno imposto la loro lingua e la loro civiltà a un popolo.

Gli invasori romani non hanno comunque distrutto i Venetkens, peralto un’etnia molto numerosa e organizzata, li hanno semmai assimilati. Anche se invece è successo il contrario: i Venetkens hanno assorbito i Latini.

Quasi sempre il risultato di ogni invasione, di ogni occupazione è la mescolanza fisica tra vincitori e vinti. A pari passo si mescola la civiltà. Tuttavia è la civiltà dei vinti quella che ha il sopravvento; è la civiltà dei vinti che influenza quella dei vincitori.

Anche per il popolo della Venetia è successo la stessa cosa; i Veneti si sono incontrati e mescolati, si sono scambiati tradizioni, modi di vivere, oggetti, invenzioni, tecniche di lavorazione, ma anche parole dando una forma particolare alla propria civiltà, usando tradizioni espressive diverse, codici linguistici diversi mantenendo tuttavia la propria identità e dando forma al cosiddetto dialetto veneto, un mezzo linguistico naturale.

I libri scolastici ci dicono che tutti i dialetti italiani derivano dal latino parlato, ma non è così. Oggi sono del parere che tutti i dialetti italiani hanno origine dalle antiche parlate locali, nel nostro caso dall’idioma dei Venetkens, anteriori quindi al dominio romano, che il latino non è riuscito a sommergere.

E’ impensabile che un linguaggio tramandato di famiglia in famiglia per secoli venga eliminato per ordine del dominatore. Semmai è il dominatore che impara il linguaggio dei vinti e insieme a loro lo tramanda.

Tuttavia le iscrizioni della Venetia, prima sempre in venetico, sono in venetico-latino nel periodo di transizione delle due culture; poi appaiono scritte sempre in latino.  E già nel II sec, a. C. la regione vive un periodo di bilinguismo: il venetico, la lingua materna parlata dalla maggioranza della popolazione e il latino, parlato dall’ esercito di lingua latina e dalla componente contadina, emigrata dal sud in cerca di territori, dai numerosi Italici.

Due idiomi comunque simili per la comune origine indoeuropea. Come già detto, Veneti, Latini, Osco-Umbri, Celti, Illiri ecc. erano tribù di uno stesso popolo che parlavano una stessa lingua che gli studiosi hanno chiamato indoeuropeo. (₃)

Tuttavia sotto l’impero romano e nei secoli successivi il latino classico era una lingua colta, usata da poche persone anche nella Venetia. Il popolo delle masse usava come base fondamentale della comunicazione la lingua veneta. Anche le registrazioni anagrafiche delle parrocchie del Cinquecento, registrazioni con valore di legge, sono scritte in dialetto locale, perciò in veneto, fino al Concilio di Trento che prescrive l’uso della lingua latina nell’anagrafe (e dal 1816-18 in italiano, secondo l’ordinanza dell’Imperial Regio Austriaco).

La massa del popolo della Venetia, del Veneto, ha conservato vivo per secoli questo  importante aspetto culturale della civiltà, naturalmene assorbendo molte frasi, costrutti latini, moltissime parole; ma sono passate al dialetto veneto anche molte parole degli idiomi dei  popoli invasori che si sono succeduti nella Venetia dopo la caduta dell’impero romano.

Se la lingua veneta non deriva dal latino non è però neppure una variante dell’italiano.

Il dialetto veneto è una lingua vera, parlata quotidianamente da più di tremila anni nella vita comune dalla massa popolare dei Veneti e anche dalle persone colte; mentre l’italiano è il dialetto fiorentino assurto a lingua nazionale italiana, diffusa dalla scuola in tutto il territorio nazionale solo dopo l’unità d’Italia.

Tuttavia, anche quando venne adottata come lingua sopraregionale e quindi ufficiale il dialetto fiorentino, i Veneti nei loro scambi, nel loro lavoro, nelle conversazioni di qualsiasi genere, nelle discussioni pubbliche, nell’insegnamento, anche nelle scuole fino a non molti anni fa, usavano e usano il dialetto, la lingua materna, la lingua della loro comunità linguistica anche se trasformata e modificata nel tempo.

E hanno conservato non solo la struttura, le parole, le forme grammaticali, la fonetica dei Venetkens, ma anche la caratteristica cadenza, la sua musicalità: “la morbidezza di una cantilenata come in un racconto delle antiche fiabe”, l’ha definita Romano Toppan.

E ancora Romano Toppan scrive: “…la lingua veneta diviene oggetto di tutela e valorizzazione, quale componente essenziale dell’identità culturale, sociale, storica e civile del Veneto. L’UNESCO la riconosce tra le lingue e la inserisce nel suo Red Book of Endangered Languages, ma sia l’Unione Europea che l’Italia non sono dello stesso parere, pur essendo considerata lingua minoritaria meritevole di tutela…”

Pur essendo scritta nel libro rosso delle lingue in pericolo di estinzione, anche la recente sentenza n. 81/2018 della Corte Costituzionale non riconosce la lingua veneta come lingua di una minoranza nazionale. Non si capisce però con quale criterio lo stato italiano ha riconosciuto altre minoranze linguistiche, come i ladini, per esempio, di comunità più ristrette, con una storia meno antica e meno significativa, senza una tradizione letteraria e con una scarsa produzione popolare. (Ha riconosciuto il ladino dolomitico del Friuli-Venezia Giulia, della val Gardena, della val Badia e Marebbe, della val di Fassa, ma non quello adiacente delle dolomiti bellunesi: Livinallongo, Ampezzo, Comelico, zone di Erto e Cassio nella valle del Vajont).

Sarebbe auspicabile che lo stato italiano legittimasse come lingue minoritarie quasi tutti i dialetti italiani, come retaggio di lingue ataviche tuttora vivissime, riconoscendo ad essi l’ufficialità giuridica all’impiego. E’ stato un grave errore del passato, ormai molto remoto, quello di non affermare come fondamentale il diritto collettivo al bilinguismo regionale: la lingua locale, il cosiddetto dialetto, e la lingua nazionale italiana.

Frattanto il governo potrebbe inserire nei programmi scolastici delle scuole dell’infanzia e primarie la conversazione nella lingua materna locale.

E si incentivi a parlarla per non lasciarla morire.

Si tutela una statua antica e non si tutela il monumento dei dialetti, in questo caso quello del Veneto, un patrimonio linguistico vivo e vitale, residuo di una civiltà plurimillenaria.

Prof.ssa Chiara Nardon

Note:

₁) R. Toppan, Veneto, Terra di ospitalità e accoglienza, Regione del Veneto, Venezia,  2007

₂) Per la penetrazione romana nella Venetia: E. Buchi, dalla colonizzazione della Cisalpina alla  colonia Tridentum, in Storia del Trentino, vol II, L’età romana, il Mulino, Bologna, 2000

₃) Un esempio di una parola (con l’ accento tonico) dell’ambiente familiare la cui  radice testimonia la parentela delle lingue indoeuropee: màter (latino) màdre (italiano) màre (veneto) màtri  (siciliano) mànu (sardo-logudurese) muòtar (gemanico) màthir (celtico-irlandese) màti (slavo) moté (baltico-lituano) mèter (greco) màdar (iranico) màtar (sanscrito-indiano).

E’ invece  preindoeuropea ama = madre, nella lingua dei Baschi, uno dei tre popoli mediterranei,

tra questi i Berberi e i Caucasici, sopravvissuti alle invasioni degli Indoeuropei.

₄) La carta dei popoli: F. Sabatini, La lingua e il nostro mondo, Loescher, Torino, 1980

 

 


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